1000 euro al giorno per il CIE di Lampedusa che il Governo dichiara chiuso

Dopo la disastrosa alluvione del messinese, e il ritardo del Governo in merito alla dichiarazione del lutto nazionale e soprattutto delle risorse da destinare per il riassetto del territorio e per l’emergenza umanitaria, in un altro angolo della Sicilia emergono i numeri di una clamorosa contraddizione: il Centro di Identificazione ed Espulsione di Lampedusa (ex CPT), che il Governo ha dichiarato chiuso ormai da agosto, funziona ancora con personale part-time e costa allo Stato 1000 euro al giorno. Che scopo abbia ormai questo capitolo di spesa, è difficile capirlo; il personale operativo è pari, e spesso anche superiore, alle poche decine di immigrati da identificare che ancora vengono trattenuti nel centro a titolo eccezionale, poiché si tratta dei potenziali richiedenti asilo politico. Non dovrebbero restarci per più di due giorni, eppure lo Stato continua a pagare circa 70 militari a tutela del centro. Un vero paradosso, se si considerano ad esempio altri tipi di emergenza: pochissime ambulanze nell’isola (problema segnalato anche dal gestore del centro), l’assenza di un ospedale con un adeguato reparto di natalità, per cui le partorienti sono costrette a ricoveri in Sicilia addirittura un mese prima rispetto alla data presunta del parto, oltre a doversi pagare il costo del trasferimento che, fatto privatamente, ammonta spesso ad alcune migliaia di euro. E non dimentichiamo che per la manifestazione musicale “O’ Scià” del 2008 il comune stanziò 400.000 euro ricevuti dal Governo, riservandone appena 25.000 alle spese per i servizi locali. Sembra che persino Claudio Baglioni, ideatore dell’evento e presente a costo zero, quest’anno ne abbia avuto abbastanza sapendo tra l’altro che il sindaco locale è stato arrestato da alcuni mesi per concussione.
Altro che gestione dell’emergenza. Qui manca persino la gestione della normalità.

Che fine ha fatto la tutela della maternità? Le donne extracomunitarie ancor più prive di tutela delle donne italiane

Secondo i dati raccolti dagli Osservatori provinciali per l’immigrazione, rispetto alla popolazione italiana le donne extracomunitarie presentano un minor ricorso ai servizi sanitari quanto alla natalità: le straniere infatti ricorrono a un numero nettamente inferiore di visite prenatali ed ecografie, con un inizio ritardato delle cure. Si riscontra inoltre un maggiore ricorso al parto cesareo – concentrato in alcune comunità – al momento conclusivo della gravidanza. Infine, le straniere scelgono, anche per motivi economici, l’assistenza durante le gravidanze da parte di un consultorio pubblico: il che è davvero improbabile potesse continuare ad avvenire qualora fosse stata approvata la norma che imponeva la denuncia a carico dei clandestini assistiti presso una struttura ospedaliera pubblica.

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