Gli immigrati nell’agricoltura italiana, boom di lavoratori

Immigrati nell'agricoltura italianaSecondo il primo Rapporto INEA dal titolo: Gli immigrati nell’agricoltura italiana, in 10 anni la presenza dei lavoratori immigrati in agricoltura è passata da 23.000 a 172.000 unità lavorative.

Il fenomeno presenta dimensioni significative con un trend di crescita costante: dall’1989 al 2007 si osserva un incremento di oltre 7 volte dell’entità dei cittadini extracomunitari utilizzati in agricoltura, passando da 23.000 ad oltre 172.000 unità.

Si tratta dunque di una crescita notevole che presenta un tasso medio di variazione lineare pari al 9,3%.

L’indagine si sviluppa a partire dall’analisi del contesto normativo di riferimento che delinea le politiche migratorie per arrivare a definire i principali aspetti strutturali del settore agricolo, passando attraverso l’evoluzione dell’occupazione e il conseguente ruolo dell’immigrazione fino ad evidenziare le dinamiche demografiche che hanno caratterizzato l’impiego di manodopera immigrata.

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L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, non sui documenti in regola

Tra le varie amenità di mezza estate che sono filtrate in questi giorni dai mezzi di comunicazione, c’è quella – di rigorosa matrice leghista – in base alla quale il possesso di documenti in regola conta più del fatto di svolgere un lavoro in Italia: la regolarità formale conta più del lavoro. Queste e altre simili argomentazioni la dicono lunga sulla sottocultura d’impresa che anima ormai parte del norditalia, che in termini produttivi è l’ombra di ciò che era fino a un decennio fa: quel che ne resta è un’area produttiva conservatrice, dove i figli pretendono di continuare a produrre nella stessa fabbrichetta del padre con gli stessi margini di profitto e nel rispetto delle stesse regole minime di mercato, quasi che la globalizzazione fosse un’invenzione extracomunitaria. Evidente che esprimano politici altrettanto miopi, per non dire di peggio. Forse vorrebbero cambiare persino l’articolo 1 della Costituzione , per cui l’Italia è fondata sul lavoro.

Controllo dei flussi migratori, l’idea della rotazione dei lavoratori non convince: è già un insuccesso il piano di rientro nei paesi d’origine varato dal governo spagnolo

lavoro stagionaleSecondo le previsioni del governo spagnolo, il Piano di rientro nei paesi d’origine avrebbe dovuto coinvolgere circa 100mila immigrati. In realtà, come ha riferito a più riprese El Pais, a distanza di 5 mesi dall’approvazione soltanto 3926 immigrati disoccupati vi hanno aderito (1688 equadoriani, 713 colombiani e 393 colombiani). Il ponte di similoro gettato dal governo di Zapatero tra la Spagna e gli Stati di appartenenza degli immigrati si è rivelato un vero e proprio ponte tibetano. Soprattutto per i politici spagnoli.

Travolta dalla crisi economica più grave della sua storia post-franchista, la Spagna di Zapatero registra oggi uno dei tassi di disoccupazione più alti d’Europa (14%, ma le previsioni per il prossimo anno parlano addirittura del 20%.) Anche per questi motivi nel novembre 2008 l’esecutivo locale, per iniziativa del Ministro del lavoro e del’iimmigrazione Celestino Corbacho, ha approvato un Piano di rientro volontario che avrebbe dovuto incentivare il ritorno ai propri paesi d’origine dei lavoratori stranieri rimasti senza lavoro.

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