La crisi colpisce innanzitutto le fasce più deboli. A Castel Volturno il punto della situazione della Fillea Cgil

 

Lavoratori romeni

Lavoratori romeni

La crisi economica fa fallire le imprese edili che hanno scelto la legalità e rafforza invece quelle che scelgono la strada del lavoro nero e della mancanza di sicurezza nei cantieri

A denunciare questa situazione paradossale che si verifica in tempi di crisi economica è stato Walter Schiavella, segretario generale nazionale della Fillea, CGIL Nazionale, nel corso della seconda Conferenza regionale dei lavoratori delle costruzioni immigrati in Campania, tenuta lunedì scorso all’Holiday Inn di Castel Volturno.

 

“Il governo ha dato segnali precisi: uscire dalla crisi abbassando il livello delle regole – ha spiegato  Schiavella – ed  è allora che si rafforza il caporalato e si indeboliscono i diritti. Le prime vittime di tutto questo sono i lavoratori  immigrati che nel momento in cui perdono il lavoro perdono anche ogni diritto di cittadinanza, diventando preda di chi compete soltanto comprimendo i costi.”

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L’esercito degli invisibili che garantisce il funzionamento delle filiere agroalimentari

40 euro scarsi di paga giornaliera (5 vanno ai caporali che li reclutano all’alba, 3 vengono richiesti per il trasporto) per almeno 8 ore di lavoro al giorno e un ricovero approssimativo negli stessi campi in cui si svolge il lavoro, o presso masserie vicine. Immigrati perlopiù africani che hanno collezionato decine di decreti di espulsione, senza che nessun giudice si sia mai preso la briga di chiedersi – e chiedergli – cosa è successo tra l’inadempimento di un decreto di espulsione e quello successivo.
Dopo la raccolta di patate i migranti si spostano vicino a Napoli per raccogliere le noccioline. A ottobre i mandarini e le arance in Calabria per 25 euro al giorno.
In Puglia, a S. Severo, i migranti vivono in tende di fortuna tra le piantagioni di pomodoro per l’industria di trasformazione. Sono tutti eritrei e magrebini. La manodopera straniera costa tre euro a cassa che, per una giornata lavorativa di otto ore si traduce in meno di 20 euro nette. Da aprile a ottobre nel territorio secondo gli elenchi anagrafici dell’Inps, sono occupati circa 45 mila lavoratori di questi 16 mila sono stranieri, un dato che è cresciuto dai 4500 del 2006 ai 14 mila del 2007, ma l’80 per cento della manodopera straniera è al di sotto delle 51 giornate necessarie per l’assistenza previdenziale. Questi lavoratori non sono stagionali, perché di fatto lavorano tutto l’anno e perdipiù in nero. Secondo la legge italiana, anche previgente al nuovo testo sulla sicurezza, non potranno mai fare richiesta di soggiorno perché ciò non è ammesso per i lavoratori stagionali. Ma il legislatore non considera che spesso chi entar da stagionale continua a lavorare, e in questo caso finisce sotto la scure del lavoro nero. Meglio regolarizzarli anziché abbandonarli al malaffare del caporalato, che tra l’altro danneggia pesantemente anche i lavoratori bracciantili del meridione.

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Dal 1 al 30 settembre c’è tempo per regolarizzare colf e badanti

Al via i termini per la regolarizzazione di colf e badanti. La sanatoria ha un duplice scopo, da un lato quello di sottrarre alla clandestinità (prevista come reato dal nuovo testo sulla sicurezza) un numero elevato di lavoratori immigrati, stimato fino a 60.000-70.000 unità in base alle previsioni dell’imminente sanatoria; dall’altro, ha lo scopo di regolarizzare i lavoratori comunitari non in regola, cioè finora soggetti al lavoro nero. A quest’ultimo fine è rivolta la previsione che richiede un versamento forfettario di 500 euro come sanatoria dei contributi pregressi non versati. Somma che, moltiplicata per un numero molto elevato di richiedenti, si prevede possa far entrare cifre ingenti nelle casse dello Stato. Le domande vanno presentate solo on line, all’Inps o allo Sportello unico per l’immigrazione, a seconda che la richiesta riguardi cittadini comunitari oppure extracomunitari.

Immigrazione clandestina a tutti i costi, la via più contorta per combattere il lavoro nero

Giustizia penale e polizia giudiziaria girano davvero a vuoto in questi ultimi tempi di febbrili aggiornamenti normativi, e le spese le fanno sia i cittadini sia le minoranze coinvolte, come gli extracomunitari. Piuttosto esemplare una vicenda accaduta ad Arcevia, in provincia di Ancona: sono stati denunciati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina una donna di 83 anni e il figlio di 61, i quali ospitavano come badanti due albanesi irregolari. L’anziana e il figlio sono stati denunciati per aver assunto alle proprie dipendenze le due straniere, entrambe prive del permesso di soggiorno. L’immobile, del valore di oltre 500.000, sarà oggetto di confisca nel caso si dovesse pervenire a una condanna di madre e figlio (ANSA, 30 luglio).

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Emersione dal lavoro nero, da settembre molti stranieri avranno difficoltà a beneficiarne

Il problema che rischia di profilarsi a partire dal 1 settembre, quando cioè sarà possibile regolarizzare badanti e colf straniere senza contratto, è dovuto al fatto che molte di loro prestano servizio presso più famiglie svolgendo un lavoro che per ciascuna di esse raramente raggiunge la soglia delle 20 ore minime richieste per l’istanza di sanatoria.
In questi giorni abbiamo assistito a un’enfasi ingiustificata da parte di sindacati e partiti in merito a un’iniziativa che ha indubbiamente i suoi lati positivi, ma che è stata ideata in fretta e furia per tamponare le falle del nuovo testo sulla sicurezza il quale, se applicato rigidamente, porterebbe a vere e proprie espulsioni a catena. Intanto gli uffici dei giudici di pace (competenti per il nuovo reato) sono già sottosopra, tantopiù che la nuova normativa impone il rito direttissimo, tale da bloccare tutti i restanti processi. Perciò si è cercato di intervenire con una sanatoria approssimativa, che molto difficilmente si riuscirà a ultimare dignitosamente nell’arco di un mese, come si è invece previsto di fare.

Bologna, permesso di soggiorno a chi denuncia il lavoro nero

Si tratta di un’iniziativa che separa la responsabilità d’impresa da quella comune, e considera gli imprenditori in modo ben diverso dalle famiglie che impiegano lavoratori extracomunitari in nero. Trarre profitto dal lavoro altrui all’interno di un’impresa è ben diverso dall’avvalersi di poche ore di lavoro di una colf. E poiché non è mai stata prevista alcuna sanatoria per i lavoratori extracomunitari costretti al lavoro nero da diverse aziende spesso anch’esse clandestine, è da condividere l’iniziativa della Procura di Bologna che ha deciso di attribuire il permesso di soggiorno a quanti denunciano il loro datore di lavoro che li obbligava a lavorare in nero. In Questura ci sono state 14 persone che hanno ritirato i moduli relativi al “permesso di soggiorno per motivi di giustizia”. Si tratta di una possibilità prevista da un provvedimento della Procura. La notizia è stata diffusa dal sindaco di Bologna l termine della giunta che si è tenuta a Palazzo d’ Accursio. «Si tratta – ha detto Cofferati – di un risultato importantissimo e senza precedenti. Sono persone molto coraggiose e spero che il loro esempio sia seguito da molti altri».

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Imola, azienda con operai cassaintegrati usava al loro posto lavoratori stranieri in nero: 4 denunce

Ha messo tutti i suoi operai in cassa integrazione ma ha continuato a lavorare avvalendosi di 27 operai “in nero” tutti extracomunitari. L’azienda imolese che lavora metalli, con sede nella zona industriale di Toscanella di Dozza, è stata smascherata dalla guardia di Finanza.
Dozza è un comune di circa 6.158 abitanti in provincia di Bologna. È detta anche localmente Dozza imolese per distinguerla dall’omonimo quartiere di Bologna. È un paese il cui borgo è abbellito da originali pitture sulle mura delle case, che ne fanno un aggregato inconfondibile. Lungo l’opulenta via Emilia, dunque, si è consumata una vicenda che la dice lunga sulla tenuta del sistema produttivo italiano, e sui compromessi che talvolta ne permettono la
sopravvivenza.

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Non solo caporalato e lavoro nero: i lavoratori stranieri e l’incubo della «doppia proprietà»

Non c’è solo il lavoro nero: l’esercito di riserva delle grandi aziende è spesso dislocato presso le piccole aziende commissionarie degli appalti. Operai stranieri che arrivano a fare 250 ore al mese, il cui lavoro è strettamente connesso alle esigenze del momento della piccola struttura che per dimensione non consente elasticità di orari e di assunzioni.

È in questo quadro che si inserisce il cosiddetto «esercito di riserva», gli ultimi degli ultimi, cioè alcune centinaia di operai che vivono ai margini della fabbrica e che vengono chiamati alla bisogna. Fenomeno nel fenomeno è quello della doppia proprietà.

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L’Unione Europea si inventa la «ricollocazione» dei rifugiati. Mentre la bozza contro il lavoro nero degli immigrati è poco più di una bolla di sapone

Il Consiglio europeo esorta a gli Stati nazionali a coordinare misure volontarie per la «riallocazione interna» all’Unione Europea di beneficiari di protezione internazionale presenti in stati membri particolarmente esposti «a pressioni specifiche e sproporzionate». Lo si legge nell’ultima bozza delle conclusioni del Consiglio Europeo in corso a Bruxelles. Nel documento, il Consiglio «nota l’intenzione della Commissione di prendere iniziative a questo riguardo, in particolare verso Malta». Nessun riferimento all’Italia, che sembra però chiaramente inclusa dalla definizione di «Stati membri particolarmente esposti a pressioni specifiche e sproporzionate». Del resto proprio l’Italia aveva insistito per l’inserimento, nelle conclusioni del vertice, di un paragrafo sulla lotta all’immigrazione clandestina nel Mediterraneo. Così ha almeno ottenuto un parziale rafforzamento del testo, poiché è difficile scordarsi della motonave Pinar tenuta in alto mare per giorni con tanto di disputa diplomatica tra Italia e Malta, a bordo oltre 150 migranti appena soccorsi e il cadavere di una giovanissima nigeriana incinta gettato tra il ciarpame a poppa.
Ma a dispetto del lessico del Consiglio d’Europa, in alcuni casi c’è ben poco da «riallocare»: più seriamente, ci sarebbe da sanzionare la prassi di alcuni Stati e dei loro organi di polizia. Ad esempio, è noto da tempo il duro trattamento che la Grecia riserva ai richiedenti asilo, immediatamente costretti alla clandestinità o espulsi verso i paesi, come l’Irak, la Turchia o l’Afganistan, paesi di provenienza o di transito. Addirittura il Tribunale amministrativo della Regione Puglia di recente ha bloccato l’applicazione del regolamento di Dublino nei confronti della Grecia, impedendo la riammissione in quel paese di un immigrato che aveva presentato domanda di asilo in Italia dopo esservi transitato. In molti casi, migranti irakeni respinti dall’Italia verso la Grecia sono stati successivamente respinti da questo paese verso la Turchia e poi verso l’Irak, malgrado l’Unione Europea avesse deciso lo scorso anno il blocco delle operazioni di rimpatrio verso il paese ancora in stato di guerra.
Insomma, più che formulare misure di contrasto rispetto a quella che ormai non è più un’emergenza, bensì una crescente ondata di flussi migratori, il Consiglio Europeo – che pure non può decidere direttamente, ma limitarsi a fornire indicazioni agli Stati – sembra preferire una linea morbida e collaborativa, tale da apparire fin troppo distante dalla quotidianità. Nello stesso senso, anche la bozza europea già approvata in merito al contrasto del lavoro nero svolto dagli immigrati si profila carica di misure scarsamente risolutive. Ad esempio, la perdita dei benefici fiscali per le imprese che assumono lavoratori irregolari è una bolla di sapone; la maggior parte di queste imprese sono a loro volta sconosciute al fisco, spesso – quando ci sono – risultano fittizie, prive di capitali o intestate a prestanome, di frequente anch’essi stranieri. La via amministrativa non può bastare, perché quelle aziende formalmente non esistono.
Allo stesso modo, non funzionano neanche i provvedimenti di sospensione dall’esercizio delle imprese, le quali cambiano spesso titolare persino sotto gli occhi della giustizia penale che non riesce neanche a mantenere la validità dei sequestri sui locali d’azienda (è spesso il caso degli stabilimenti gestiti da cinesi). Ci vogliono nuove misure che mettano al centro non la proprietà di beni d’azienda o la loro gestione, ma la pura pericolosità per chi vi lavora, rendendone possibile il sequestro malgrado il subentro di un altro titolare. Inoltre, occorre un sistema simile a quello escogitato per la gestione dei beni di provenienza mafiosa: affidarne la gestione a chi vive sul territorio e può legittimamente ricavarne ricchezza, italiano o straniero che sia.

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