In Europa è Atene la città in cui si concentrano più immigrati irregolari

glyfada-tram Secondo i dati più recenti dell'agenzia Frontex sarebbe Atene, e non più Madrid, la mèta europea più frequente per i migranti . E ciò a causa dell’inerzia della Turchia. In prevalenza si ipotizza che il flusso di arrivi nella capitale ellenica seguendo una direttrice che parte dall’Afghanistan per attraversare l’Iraq ed tutto il Caucaso, e che da sola assorbe ben il 70% dell’intera irregolare. Stando a questa ipotesi di flusso migratorio, l’ ne riceverebbe il 13%, mentre la Spagna il 9%. Si tratterebbe di una dell "porte di terra" dell', ben diversa dalla "porta a sud" che avvicina alle nostre coste i migranti tramite il Canale di Sicilia. Ma la prevalenza dei flussi migratori sembra provenire da terra, malgrado la tensione mediatica ci rappresenti spesso il contrario.

Su Italia,Spagna e Grecia converge il 92% dell’immigrazione nell’area UE

Frontiera1054I dati sulla distribuzione dell’immigrazione proveniente dai paesi extra verso quelli comunitari segna un netto squilibrio in merito a , Italia e Grecia, Stati che insieme raccolgono circa il 92% degli : e ciò malgrado il trattamento del tutto diverso che ciascuno dei 3 Stati coinvolti riserva loro. La Grecia è tuttora in netto ritardo quanto alle procedure di riconoscimento del diritto d’asilo, negato in 2 casi su 3; la non prevede, a differenza dell’Italia, modalità vere e proprie di respingimento, ma tutela le sue enclave di e con presidi militari degni di Guantanamo; l’Italia continua ad vere il territorio disseminato da , la cui specifica situazione diviene a fasi alterne sempre più vicina all’insostenibilità. Se è vero che il resto della non può lasciare un simile fenomeno nelle mani dei singoli , è anche vero che in ciascuno di essi c’è ancora molto da fare, e in più di una direzione.

In Grecia gli immigrati festeggiano la nuova svolta politica

Grecia-bandieraAd , città che sembra essere divenuta la Babele dell’ che transita attraverso la Turchia, gli immigrati ripongono le loro speranze nella recente affermazione del – il partito socialista greco – alle elezioni politiche appena trascorse. Tuttavia la questione dei flussi migratori ha influito solo in minima parte sul cambio di rotta dell’elettorato greco, orientato negativamente più che altro dalle aspre reazioni della forza pubblica contro i manifestanti locali, spesso giovani, uno dei quali ha trovato la morte per mano di un poliziotto pochi mesi fa nel corso di una semplice manifestazione che in una nessuna civile democrazia sarebbe degenerata al punto tale da lasciare sull’asfalto un morto. Il pugno di ferro del Governo conservatore, peraltro inefficiente nel contrastare i disastrosi roghi che nell’arco di due estati hanno devastato la Grecia, ha provocato il crollo di una coalizione filoclericale e scarsamente europeista, oltreché irrispettosa di alcuni diritti fondamentali dei come il diritto d’asilo. Ma sotto questo profilo il nuovo volto del deve essere ancora scoperto.

Asilo politico, la Corte Costituzionale tedesca sospende le espulsioni verso la Grecia

Una settimana fa la tedesca (Bundesverfassungsgericht) ha bloccato l’espulsione verso la di un profugo iracheno. Non si tratta di una decisione definitiva, e infatti per ora la forma è quella dell’ordinanza e non della sentenza, ma se vi fosse conferma si tratterebbe di una decisione storica.
La Corte ha ritenuto che l’attuale prassi seguita dalla – qualora sia il primo paese di transito di un profugo e quindi responsabile della pratica d’asilo ai sensi del – non garantisce adeguatamente i diritti dei , relegandoli in uno stato di marginalizzazione.

Con un espresso richiamo al diritto comunitario, la Corte ha affermato che il principio di solidarietà verso i richiedenti asilo va anteposto al primato della competenza territoriale in materia d’asilo se il paese responsabile della pratica non garantisce adeguatamente i diritti dei . In sintesi: non si può essere espulsi verso uno Stato che non ti permettere di formulare richiesta d’asilo. Un principio senz’altro meritevole da affermare, ma che rischia di diventare un alibi per il malfunzionamento della giustizia e della pubblica amministrazione greca.

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L’Unione Europea si inventa la «ricollocazione» dei rifugiati. Mentre la bozza contro il lavoro nero degli immigrati è poco più di una bolla di sapone

Il esorta a gli Stati nazionali a coordinare misure volontarie per la «riallocazione interna» all’Unione Europea di beneficiari di presenti in stati membri particolarmente esposti «a pressioni specifiche e sproporzionate». Lo si legge nell’ultima bozza delle conclusioni del in corso a . Nel documento, il Consiglio «nota l’intenzione della Commissione di prendere iniziative a questo riguardo, in particolare verso Malta». Nessun riferimento all’Italia, che sembra però chiaramente inclusa dalla definizione di «Stati membri particolarmente esposti a pressioni specifiche e sproporzionate». Del resto proprio l’Italia aveva insistito per l’inserimento, nelle conclusioni del vertice, di un paragrafo sulla lotta all’ nel Mediterraneo. Così ha almeno ottenuto un parziale rafforzamento del testo, poiché è difficile scordarsi della motonave Pinar tenuta in alto mare per giorni con tanto di disputa diplomatica tra Italia e Malta, a bordo oltre 150 appena soccorsi e il cadavere di una giovanissima nigeriana incinta gettato tra il ciarpame a poppa.
Ma a dispetto del lessico del Consiglio d’Europa, in alcuni casi c’è ben poco da «riallocare»: più seriamente, ci sarebbe da sanzionare la prassi di alcuni Stati e dei loro organi di polizia. Ad esempio, è noto da tempo il duro trattamento che la riserva ai richiedenti asilo, immediatamente costretti alla clandestinità o espulsi verso i paesi, come l’Irak, la Turchia o l’Afganistan, paesi di provenienza o di transito. Addirittura il Tribunale amministrativo della Regione Puglia di recente ha bloccato l’applicazione del regolamento di Dublino nei confronti della , impedendo la riammissione in quel paese di un immigrato che aveva presentato domanda di asilo in Italia dopo esservi transitato. In molti casi, irakeni respinti dall’Italia verso la sono stati successivamente respinti da questo paese verso la Turchia e poi verso l’Irak, malgrado l’Unione Europea avesse deciso lo scorso anno il blocco delle operazioni di rimpatrio verso il paese ancora in stato di guerra.
Insomma, più che formulare misure di contrasto rispetto a quella che ormai non è più un’emergenza, bensì una crescente ondata di , il – che pure non può decidere direttamente, ma limitarsi a fornire indicazioni agli Stati – sembra preferire una linea morbida e collaborativa, tale da apparire fin troppo distante dalla quotidianità. Nello stesso senso, anche la bozza europea già approvata in merito al contrasto del lavoro nero svolto dagli immigrati si profila carica di misure scarsamente risolutive. Ad esempio, la perdita dei benefici fiscali per le imprese che assumono lavoratori è una bolla di sapone; la maggior parte di queste imprese sono a loro volta sconosciute al , spesso – quando ci sono – risultano fittizie, prive di capitali o intestate a , di frequente anch’essi stranieri. La via amministrativa non può bastare, perché quelle aziende formalmente non esistono.
Allo stesso modo, non funzionano neanche i provvedimenti di sospensione dall’esercizio delle imprese, le quali cambiano spesso titolare persino sotto gli occhi della giustizia penale che non riesce neanche a mantenere la validità dei sequestri sui locali d’azienda (è spesso il caso degli stabilimenti gestiti da cinesi). Ci vogliono nuove misure che mettano al centro non la proprietà di beni d’azienda o la loro gestione, ma la pura pericolosità per chi vi lavora, rendendone possibile il sequestro malgrado il subentro di un altro titolare. Inoltre, occorre un sistema simile a quello escogitato per la gestione dei beni di provenienza mafiosa: affidarne la gestione a chi vive sul territorio e può legittimamente ricavarne ricchezza, italiano o straniero che sia.

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