Milano, in manette due finti agenti che rapinavano commercianti extracomunitari

Due pluripregiudicati sono stati arrestati a Milano dalla polizia perché ritenuti responsabili di almeno quattro rapine ai danni di commercianti cingalesi e bengalesi dei mercati itineranti cittadini.Gianluca Cassone, 31enne milanese, e Massimo Lombardi, 39 parmense residente a Busseto, sono stati bloccati dagli agenti del Commissariato Mecenate che hanno eseguito un ordine di custodia cautelare in carcere per rapina aggravata emesso dal Gip Gaetano Brusa su richiesta del Pm Antonio Luzi. Cassone è stato arrestato in flagranza di reato il 28 marzo scorso in viale Lucania mentre si apprestava ad eseguire un colpo, il suo complice è stato invece catturato mercoledì scorso. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i due, spacciandosi per appartenenti alle forze dell’ordine, si presentavano nelle abitazioni dei commercianti che in precedenza avevano visto realizzare al mercato gli incassi più alti e poi li rapinavano. Molto aggressivi, Cassone e Lombardi, ex culturisti, non rinunciavano a esercitare violenza sulle vittime e i loro familiari, arrivando in alcuni casi a puntargli la pistola alla testa, a spruzzargli spray urticante sul viso o a legargli le mani con fascette di plastica. La scelta di infierire sui commercianti stranieri sarebbe stata un’idea di Lombardi, anche lui ex ambulante, a conoscenza della loro abitudine di tenere il denaro in casa e di essere poco propensi a sporgere denuncia alle forze dell’ordine. Gli agenti ritengono che oltre ai quattro colpi, compiuti tra il dicembre 2008 e il marzo 2009 e che hanno fruttato circa 10mila euro, i due pluripregiudicati siano responsabili di almeno altre sette rapine.
Ricordiamo infine che, come segnalammo a suo tempo sul blog, nel mese di luglio a Milano è iniziato il processo contro due veri agenti i quali rapinavano case di extracomunitari certi che, trattandosi di stranieri spesso irregolari, non avrebbero presentato denuncia. Ma per fortuna in entrambi i casi la reazione della giustizia italiana c’è stata. Auguriamoci che rimanga tale anche al momento di emanare la sentenza di condanna e di applicarla.

Ragazza marocchina uccisa, il padre ammette il delitto: «Era una settimana che ci provavo»

È stata uccisa martedì sera dal padre. Aveva 18 anni, Sanaa Dafani, e l’unica colpa di essersi innamorata da cinque mesi di un 32enne socio del padre. È stato proprio il fidanzato, Massimo De Biasio, con il quale avrebbe voluto convivere, l’unico testimone dell’efferata violenza contro la giovane donna. L’uomo è stato ferito a sua volta, e ora racconta: «Non dimenticherò mai gli occhi di suo padre mentre la uccideva: era una belva».

In quel piccolo bosco di Montereale Valcellina (Pordenone), a pochi chilometri dal ristorante in cui Massimo e Sanaa lavoravano, deve essersi consumato un delitto di atrocità estrema se anche il Gip di Pordenone, Alberto Rossi, dopo aver letto il materiale raccolto dai Carabinieri della Compagnia di Sacile (Pordenone), ha deciso che per l’uomo che ha ucciso la figlia non bastano le aggravanti della premeditazione e del rapporto di parentela, già contestate dalla Procura. Per lui, El Ketawi Dafani ha «agito con sevizie e crudeltà», mosso da «motivi futili e abietti», ha scritto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa oggi, poche ore dopo l’udienza di convalida nel carcere di Pordenone.

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