Come si può definire clandestino un bambino? Lo scarso senso civico di alcuni organi di informazione

A Milano gli asili hanno un’impronta sempre più multietnica. Infatti quasi un bimbo iscritto su quattro quest’anno è straniero, 2.245 al nido e 5.109 alle scuole d’infanzia (per un totale di 7.354). La percentuale è salita in un anno dal 21 al 23,5%, e il boom riguarda soprattutto le materne, con 500 immigrati in più rispetto al 2008. «A riprova della nostra capacità di integrare gli stranieri», fa sapere l’assessore comunale alla Scuola, Mariolina Moioli: «Chiunque fa domanda avrà un posto, la nostra parola d’ordine è accogliere», ribadisce. Meno male che qualcuno ci crede e lo dice, poiché la stessa sensibilità manca a quegli organi di informazione che al riguardo hanno parlato espressamente di “figli di clandestini”, arrivando persino a definire clandestini i bambini delle materne e degli asili nido.
Ora, una simile insensibilità informativa – che è tutt’uno con lo scarso senso civico espresso da chi fa suo un simile lessico – richiede almeno qualche precisazione. È noto il cumulo di sciocchezze che spesso viene rovesciato sulla materia soprattutto a scopo ideologico, ma se proprio si vuol far uso della parola “clandestino” almeno non la si usi a sproposito. “Clandestino” e “irregolare” sono definizioni ben diverse; irregolare è chi ha i documenti dello Stato di provenienza ma non è in regola con le norme dello Stato di accoglienza. “Clandestino” può essere tutt’al più il classico “sans papier”, cioè la persona che sia sfornita addirittura di qualsiasi documento di identificazione, e per la cui identità occorre rifarsi alle sue dichiarazioni e agli accertamenti per via diplomatica. Ma il presupposto per definire qualcuno come clandestino è che ci sia almeno un margine di scelta, di volontarietà se non altro racchiusa nell’atto di emigrare. Perciò definire i bambini dei migranti come clandestini è un vero e proprio atto di inciviltà umana e giuridica, poiché l’infanzia non ha nulla a che vedere con scelte – ispirate più o meno a necessità – comunque fatte da altri, genitori o Stati che siano. E infine, è mai venuto a qualcuno il dubbio che quei bambini che oggi vengono definiti clandestini possano divenire gli italiani di domani? Chi tra coloro che oggi li definiscono clandestini avrà il coraggio di raccontarglielo quando saranno diventati adulti?