L’Unione Europea si inventa la «ricollocazione» dei rifugiati. Mentre la bozza contro il lavoro nero degli immigrati è poco più di una bolla di sapone

Il Consiglio europeo esorta a gli Stati nazionali a coordinare misure volontarie per la «riallocazione interna» all’Unione Europea di beneficiari di protezione internazionale presenti in stati membri particolarmente esposti «a pressioni specifiche e sproporzionate». Lo si legge nell’ultima bozza delle conclusioni del Consiglio Europeo in corso a Bruxelles. Nel documento, il Consiglio «nota l’intenzione della Commissione di prendere iniziative a questo riguardo, in particolare verso Malta». Nessun riferimento all’Italia, che sembra però chiaramente inclusa dalla definizione di «Stati membri particolarmente esposti a pressioni specifiche e sproporzionate». Del resto proprio l’Italia aveva insistito per l’inserimento, nelle conclusioni del vertice, di un paragrafo sulla lotta all’immigrazione clandestina nel Mediterraneo. Così ha almeno ottenuto un parziale rafforzamento del testo, poiché è difficile scordarsi della motonave Pinar tenuta in alto mare per giorni con tanto di disputa diplomatica tra Italia e Malta, a bordo oltre 150 migranti appena soccorsi e il cadavere di una giovanissima nigeriana incinta gettato tra il ciarpame a poppa.
Ma a dispetto del lessico del Consiglio d’Europa, in alcuni casi c’è ben poco da «riallocare»: più seriamente, ci sarebbe da sanzionare la prassi di alcuni Stati e dei loro organi di polizia. Ad esempio, è noto da tempo il duro trattamento che la Grecia riserva ai richiedenti asilo, immediatamente costretti alla clandestinità o espulsi verso i paesi, come l’Irak, la Turchia o l’Afganistan, paesi di provenienza o di transito. Addirittura il Tribunale amministrativo della Regione Puglia di recente ha bloccato l’applicazione del regolamento di Dublino nei confronti della Grecia, impedendo la riammissione in quel paese di un immigrato che aveva presentato domanda di asilo in Italia dopo esservi transitato. In molti casi, migranti irakeni respinti dall’Italia verso la Grecia sono stati successivamente respinti da questo paese verso la Turchia e poi verso l’Irak, malgrado l’Unione Europea avesse deciso lo scorso anno il blocco delle operazioni di rimpatrio verso il paese ancora in stato di guerra.
Insomma, più che formulare misure di contrasto rispetto a quella che ormai non è più un’emergenza, bensì una crescente ondata di flussi migratori, il Consiglio Europeo – che pure non può decidere direttamente, ma limitarsi a fornire indicazioni agli Stati – sembra preferire una linea morbida e collaborativa, tale da apparire fin troppo distante dalla quotidianità. Nello stesso senso, anche la bozza europea già approvata in merito al contrasto del lavoro nero svolto dagli immigrati si profila carica di misure scarsamente risolutive. Ad esempio, la perdita dei benefici fiscali per le imprese che assumono lavoratori irregolari è una bolla di sapone; la maggior parte di queste imprese sono a loro volta sconosciute al fisco, spesso – quando ci sono – risultano fittizie, prive di capitali o intestate a prestanome, di frequente anch’essi stranieri. La via amministrativa non può bastare, perché quelle aziende formalmente non esistono.
Allo stesso modo, non funzionano neanche i provvedimenti di sospensione dall’esercizio delle imprese, le quali cambiano spesso titolare persino sotto gli occhi della giustizia penale che non riesce neanche a mantenere la validità dei sequestri sui locali d’azienda (è spesso il caso degli stabilimenti gestiti da cinesi). Ci vogliono nuove misure che mettano al centro non la proprietà di beni d’azienda o la loro gestione, ma la pura pericolosità per chi vi lavora, rendendone possibile il sequestro malgrado il subentro di un altro titolare. Inoltre, occorre un sistema simile a quello escogitato per la gestione dei beni di provenienza mafiosa: affidarne la gestione a chi vive sul territorio e può legittimamente ricavarne ricchezza, italiano o straniero che sia.

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