Le inchieste della magistratura siciliana riguardano i respingimenti da maggio in poi, ma a marzo furono affondate due navi di migranti
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Ora che dalle procure di Agrigento e Siracusa risultano avviati due inchieste riguardanti le modalità dei respingimenti nel canale di Sicilia, emergono anche altri fatti precedenti il maggio scorso, presunta data d’inizio dei respingimenti di migranti. Un fatto risalente a marzo è di particolare gravità. Le reali dimensioni della tragedia sono state scoperte quasi per caso, grazie alle intercettazioni telefoniche, durante un’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Bari sulla tratta di essere umani finalizzata alla prostituzione, e proveniente dalla Nigeria. Una telefonata che gela il sangue. Gli interlocutori sono un trafficante residente in italia e un uomo che si trovava in Libia. Si autodefinisce «connection-man» e si affanna a rispondere alle ripetute domande dell’altro. Ma il trafficante è nervoso: lo accusa di avergli fatto perdere un «carico» prezioso, trenta ragazze già acquistate per essere avviate alla prostituzione in Italia sono «andate perse» in un naufragio. «La barca si è spezzata in due», si giustifica «connection-man». Parlano proprio del naufragio avvenuto la notte tra il 28 e il 29 marzo. «Tutti danno la colpa a me, ma che colpa ne ho io se c’era cattivo tempo. Le barche si sono spezzate perché il legno con cui erano fatte non era buono». Ma di barca ne è stata ritrovata ufficialmente solo una. Delle altre vittime non si sa niente. E sembra si voglia continuare a non sapere.