Immigrazione clandestina a tutti i costi, la via più contorta per combattere il lavoro nero

Giustizia penale e polizia giudiziaria girano davvero a vuoto in questi ultimi tempi di febbrili aggiornamenti normativi, e le spese le fanno sia i cittadini sia le minoranze coinvolte, come gli extracomunitari. Piuttosto esemplare una vicenda accaduta ad Arcevia, in provincia di Ancona: sono stati denunciati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina una donna di 83 anni e il figlio di 61, i quali ospitavano come badanti due albanesi irregolari. L’anziana e il figlio sono stati denunciati per aver assunto alle proprie dipendenze le due straniere, entrambe prive del permesso di soggiorno. L’immobile, del valore di oltre 500.000, sarà oggetto di confisca nel caso si dovesse pervenire a una condanna di madre e figlio (ANSA, 30 luglio).

A onore del vero, la denuncia formulata contro i due cittadini italiani non è in linea con le disposizioni normative della cosiddetta legge Bossi-Fini. Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina implica infatti che il supporto illecito dato ai clandestini debba consistere o nel permettergli l’ingresso in Italia, o nel perseguire uno scopo di lucro attraverso la permanenza in Italia di clandestini. Ora, nel caso di Arcevia non c’è scopo di lucro, perché le due donne albanesi erano entrambe ospitate: il fatto che lavorassero come badanti non è di per sé un fatto tale da integrare uno scopo di lucro, poiché madre e figlio coinvolti ospitavano le due albanesi che in cambio si occupavano dell’anziana. Considerare il lavoro nero degli operai alla stessa stregua del lavoro nero delle badanti è assurdo, come la recente sanatoria ha peraltro ribadito in modo implicito. Inoltre bisogna ricordare che una recente sentenza della Corte d’Appello di Milano ha stabilito che vi è ingiustificato arricchimento del proprietario dell’immobile solo se questi affitta a clandestini a un prezzo pari o superiore a quello di mercato, perché in caso contrario manca il requisito dell’approfittamento dello stato di bisogno altrui. Nella vicenda esaminata, i locali dell’immobile erano addirittura ceduti a titolo di comodato, almeno stando a quanto risulta sinora.

Risultato di tutto questo? Se il pubblico ministero incaricato dimostrerà lungimiranza, non meno di una richiesta di archiviazione. In caso contrario, un dispendioso processo nel corso del quale il sequestro dell’immobile probabilmente si estinguerà, e la sentenza finale sarà una probabile assoluzione. Se davvero si vuol contrastare seriamente il lavoro nero dei clandestini si entri nelle fabbriche, si scavi nei meandri della miriade di lavori notturni che sfuggono ai controlli delle autorità, si distinguano le famiglie dagli imprenditori senza scrupoli, si attuino provvedimenti premio simili a quello di Bologna, dove sarà concesso il permesso di soggiorno a un clandestino che ha denunciato il suo imprenditore-padrone: non si avviino procedimenti inutili che aumentano solo il tasso di disordine sociale. Tanto più che i fatti contestati si riferiscono a mesi fa, quando il nuovo testo sulla sicurezza non era ancora neanche promulgato. Questo comunque il nuovo testo di legge: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque a titolo oneroso, al fine di trarre ingiusto profitto, dà alloggio ovvero cede, anche in locazione, un immobile ad uno straniero che sia privo di titolo di soggiorno al momento della stipula o del rinnovo del contratto di locazione, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”. Come è evidente, persino secondo le più recenti e severe norme in materia di sicurezza, chi dà alloggio a clandestini commette reato solo se lo fa a titolo oneroso, talché la norma parla espressamente di stipula o rinnovo di contratto di locazione. Perciò, chi ha denunciato madre e figlio di Arcevia ha commesso un atto che rasenta l’abuso d’ufficio.

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