L’industria del sequestro istituzionalizzato: dal Messico alla Libia, sono migliaia i migranti trattenuti dalle autorità statali. Spesso costretti a pagare per ottenere il rilascio

La Commissione nazionale per i diritti umani del Messico ha pubblicato un rapporto sui sequestri dei migranti. Tra il settembre 2008 e il febbraio 2009 sono stati rapiti quasi 10.000 centroamericani che cercavano di passare la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Le vittime sono soprattutto giovani uomini e donne provenienti da Honduras, El Salvador, Guatemala e Nicaragua.

Il quotidiano El País fa il punto sul rapporto: “Nei sei mesi presi in considerazione sono state sequestrate 9.758 persone. Molte sono stati catturate in gruppo, trasportate in treno e confinati in posti sicuri. Gli è stato chiesto un riscatto tra i 1.100 e i 3.600 euro”.

Nel periodo preso in considerazione, l’industria del sequestro ha incassato 18 milioni di euro. I prigionieri sono stati vittime di tortura, stupri e in alcuni casi sono stati uccisi. La commissione osserva anche che “in alcuni casi, le testimonianze dei migranti fanno pensare a una collusione delle autorità a vari livelli di governo. I casi restano in gran parte impuniti, anche se le autorità sono a conoscenza dei fatti. E la maggior parte delle vittime non presenta denunce, per paura di rappresaglie contro di loro o i familiari”.

Se estendiamo lo sguardo dall’immigrazione americana a quella mediterranea, una testimonianza significativa è stata resa da una donna eritrea – che si è firmata Fatawhit – nella lettera che 700 donne italiane hanno firmato e rivolto al leader libico Gheddafi, in occasione della sua visita in Italia. «Il trasferimento da una prigione all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure (…). Ho visto molte donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste incinte e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. (…) L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è pagare».

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