Quando la svista sul permesso di soggiorno è colpa del migrante. Un paradosso tipico della peggior burocrazia italiana

La Sezione VI del Consiglio di Stato ha emanato poche settimane fa una singolare ma significativa sentenza (n. 2834/2009) in materia di revoca del permesso di soggiorno. Che si tratti di una sentenza che ha reso giustizia, è difficile dirlo.

Nel caso in esame, un cittadino extracomunitario aveva presentato ricorso in appello contro il Ministero dell’Interno e la questura di Forlì per la riforma della Sentenza con cui il TAR dell’Emilia Romagna gli aveva confermato la revoca del permesso di soggiorno, inizialmente disposta dal Questore.

Il lavoratore straniero era entrato in Italia con un permesso di soggiorno per 9 mesi, indicati nel visto d’ingresso – e cioè per lavoro stagionale – avvalendosi del decreto flussi 2003; alla scadenza del permesso ne aveva ottenuto direttamente il rinnovo sulla base di un errore della questura. Infatti sul permesso non compariva la consueta sigla “non rinnovabile”. Così dopo aver rilevato l’errore, la questura aveva disposto la revoca del permesso.

Il Consiglio di Stato ha dato ragione al TAR poiché ciò che conta sarebbe il fatto di trovarsi nelle condizioni legittime per richiedere la conversione del permesso di soggiorno, mentre chi è entrato in Italia da stagionale in base alla legge non può farlo. Secondo i giudici amministrativi, non ha alcuna importanza la buona fede del lavoratore, che magari poteva ignorare simili vincoli dovuti alla legge italiana, e si fidava di quel che leggeva (o non leggeva) sul suo permesso di soggiorno.

Nei giorni scorsi, qualcuno ha scritto che esistono frontiere materiali e immateriali, e che per gli immigrati l’ottenimento dei permessi rappresenta spesso una ulteriore frontiera da superare. Statisticamente, il permesso di lavoro stagionale è il trampolino di lancio verso il lavoro nero: il meccanismo costoso e inutilmente complicato del ritorno in patria in attesa di una nuova chiamata da stagionale non funziona perché è nettamente al di sotto delle aspettative di un migrante, che non è un turista. Ed è la prospettiva più rosea: la peggiore è la piaga del caporalato – soprattutto nei cantieri e nelle aziende agricole – l’accettazione di paghe globali nel settore dell’edilizia, la vera e propria riduzione in schiavitù da parte di organizzazioni criminali connazionali o italiane, talora congiunte.

Qui il problema non è la decisione dei giudici amministrativi, formalmente corretta; è la sostanziale parificazione del lavoro stagionale a un lavoro a chiamata dopo il quale tornarsene tranquillamente nel paese d’origine. Ma alla base del lavoro a chiamata c’è spesso una scelta, mentre alla base dell’emigrazione sta in prevalenza un vissuto di disperazione.

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