Silvio Berlusconi a Josè Barroso: «I centri di identificazione degli immigrati somigliano a campi di concentramento». Ma chi ha trasformato i CIE in CPT?
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«Non vorrei dirlo, ma i centri di identificazione degli immigrati somigliano a dei campi di concentramento, tanto è vero che il Parlamento ha negato che la permanenza possa essere aumentata a 6 mesi». Lo dice Silvio Berlusconi davanti al presidente della Commissione europea Josè Barroso all’Aquila per visitare la terra martoriata dal terremoto del 6 aprile; e chissà perché non vorrebbe dirlo, visto che è stato il suo governo, con una legge di mezza estate 2008 – classica legge prebalneare – a tramutare la denominazione dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea) in CIE (Centri di Identificazione e Esplusione).
La stampa estiva, miope e distratta, non se ne accorse, ma il cambio di denominazione era tutt’altro che formale. Perdipiù la norma era infilata all’interno di una delle molte leggi omnibus del governo Berlusconi, di cui il premier si vanta tanto. Con la motivazione di non aumentare il numero di leggi, si accorpano norme assolutamente eterogenee in un unico testo. Risultato, nella stessa legge si dispone la possibilità per le università di mutare la propria struttura in fondazioni e tra un comma e l’altro ci si infila la ridenominazione dei CPT in CIE. Come al di sotto di una simile scelta vi sia un ben preciso orientamento ideologico «made in Padania», è ormai fin troppo facile capirlo. Bisognava tenere alta la guardia allora, cioè ben prima che il Governo ottenesse in Parlamento la fiducia sul disegno di legge in materia di sicurezza, con cui si prevede di aumentare la permanenza nei CPT fino a 6 mesi per poter procedere alle identificazioni e alle espulsioni dei migranti.
Nel frattempo si è consumato il disastro di Lampedusa e il CPT che vi era stato inaugurato è dovuto chiudere perché traboccante e impossibile da gestire. Il tutto ovviamente a spese dei contribuenti italiani. E per accorgersi che i CPT erano simili a lager non occorreva arrivare a maggio 2009: già nel 2005 la stampa più coraggiosa ne aveva segnalato le condizioni (vd. dossier ).
Ma in Italia per contrastare l’immigrazione clandestina siamo riusciti a fare qualcosa di unico al mondo, cioè un CIE clandestino. Abusivo. Il 9 maggio a Lampedusa sono infatti iniziati i lavori di demolizione del Centro di identificazione ed espulsione realizzato in fretta e furia due mesi prima dal ministero dell’Interno. Ma era una costruzione abusiva, e ci sono volute tre conferenze di servizi in Prefettura a Palermo per disporne l’abbattimento. E stavolta il ministro Maroni non ha commentato. Chissà perché.
Nel frattempo, si è pensato bene che conviene affidarsi a chi fa peggio di noi. È difficile dimenticare quanto dichiarato da una donna sopravvissuta al dramma della nave Pinar: «Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no». Avevano le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse insieme a quelle che erano a bordo del mercantile turco Pinar. Una volta approdate in Italia, hanno saputo che oltre 200 migranti come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti nell’inferno libico.