Rimpatri o respingimenti, per i migranti è lo stesso incubo. Che a volte elude la normativa internazionale sul diritto d’asilo

Il Governo ottiene la fiducia sul d.d.l. in materia di sicurezza ma nel frattempo i drammi dei migranti si susseguono. Il 7 maggio una cittadina tunisina di 49 anni, trattenuta presso il Cie (Centro di Identificazione e Espulsione) di Ponte Galeria a Roma dallo scorso 24 aprile, sì è suicidata nelle prime ore del giorno. La donna, a carico della quale gravavano diversi precedenti penali, non voleva tornare nel suo paese perché si vergognava dei suoi trascorsi per spaccio di droga. «Piuttosto che tornare nel mio Paese mi ammazzo. Mi vergogno troppo per quello che mi è successo», avrebbe confidato la vittima nel marzo scorso alle compagne di cella del carcere di Rebibbia.

E se dal fronte dei rimpatri passiamo a quello dei cosiddetti respingimenti, il discorso non cambia. Testualmente considerato una «svolta storica» dal ministro dell’Interno Maroni – lo stesso che ha avuto bisogno dell’avvertenza di Fini per sospettare che il divieto di iscrizione alle scuole per i figli dei migranti senza permesso di soggiorno fosse a rischio di incostituzionalità – il respingimento dei 227 africani verso la Libia, paese di transito ma non di provenienza, è tutt’altro che un obiettivo invidiabile. Lo ha sottolineato Laura Boldrini, portavoce dell”Altocommissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) in Italia: tra i migranti cui si è impedito lo sbarco potrebbero esserci numerosi soggetti in condizioni idonee ad avanzare richiesta di asilo politico. Tanto più che la Libia, paese verso cui è avvenuto il respingimento, non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e dunque non riconosce il diritto di asilo.

A riprova della miopia anche dell’opposizione su una materia simile, stanno le attuali dichiarazioni di Piero Fassino per cui il respingimento alle frontiere sarebbe una legittima reazione all’immigrazione clandestina. Ma in questo caso non c’è da difendere soltanto la legalità che ci appartiene – cioè quella di ammettere i soli immigrati in regola – ma anche quella cui aspira il migrante, che legittimamente potrebbe essere nelle condizioni di richiedere asilo politico. Quando potrà esser fatto valere questo diritto se si esercita quella forma di rimpatrio preventivo che è il respingimento alle frontiere? La favola dei «migranti riaccompagnati in Libia», come ieri titolava un dispaccio di una delle principale agenzie stampa italiane, rischia piuttosto di essere un incubo per chi vi è coinvolto.

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